Segni dei tempi. Perché è sbagliato, e ingiusto, dividere il mondo tra winner e loser

Peppino Ortoleva
Editorialista del Secolo XIX, accademico e storico,
esperto di comunicazione

Nel dibattito politico di questi giorni, anche sull’onda delle elezioni americane, è  riecheggiata una parola, loser, che negli ultimii anni si è molto diffusa anche in Italia , ed è entrata a far parte di quel vocabolario di origine anglofona spesso ripetuto senza molta precisione, e senza pensarci troppo. La classificazione delle persone in winner e appunto loser sta diventando uno stereotipo, e un criterio di giudizio, largamente accettato. Ma vale la pena di chiedersi se questa divisione del mondo non distorca pesantemente la realtà, e se non stia producendo conseguenze rischiose.

Non si tratta, naturalmente, di un fenomeno del tutto nuovo. L’uso di aggettivi come “disgraziato” o (più volgarmente) “sfigato” sta a dimostrare quanto sia radicato il modo di pensare per cui chi porta su di sé il peso della sconfitta sarebbe destinato a perdere ancora, e per cui alla fine il vincere o il perdere sarebbero “scritti sulla faccia” delle persone. Nella cultura statunitense questa mentalità è ancora più radicata, è frutto dell’individualismo per cui ciascuno sarebbe responsabile delle proprie sorti, e insieme di una lettura superficiale della tradizione religiosa calvinista per cui il destino delle persone sarebbe inciso su di loro fin da prima della nascita. Si trova una dimostrazione di questa mentalità nel più tipicamente americano dei generi cinematografici, il western, che regolarmente si conclude con un duello: dove si chiarisce una volta per tutte chi è il vincente e chi il perdente. Ed è chiaro che il primo merita di vincere (perché è più abile con la pistola ma anche perché è dalla parte giusta), il secondo di morire.

Ma è bene ricordare che per secoli questa mentalità ha trovato nella cultura americana anche contro-tendenze che lo temperavano: dalla forte presenza delle istituzioni benefiche allo sviluppo lungo una parte del Novecento dello stato sociale. Ora quelle contro-tendenze si sono affievolite fino quasi a sparire, e la classificazione delle persone in winner e loser si è diffusa ovunque. Ma è giusto pensare che chi si presenta come perdente, per i rovesci subìti in precedenza o per un atteggiamento debole e rinunciatario, sia destinato a restarlo? Non lo è, e per diversi motivi. Chiunque esamini la realtà senza pregiudizi dovrebbe sapere che la vita umana, di tutti, è un succedersi di scelte, giuste e sbagliate; di sconfitte e di vittorie. Se prendiamo in considerazione l’insieme di un’esistenza, ci rendiamo conto che raramente ci sono vite totalmente perdenti, o totalmente vincenti, anche perché alcuni degli aspetti che più contano, che più contribuiscono ad arricchire o impoverire una vita (gli affetti, il sapere o non apprezzare il bello, per esempio) sono poco visibili, e non si prestano a un giudizio esterno. E in ogni caso attribuire il vincere o il perdere a merito o demerito è fuorviante, per non dire stupido: sia nelle sconfitte sia nelle vittorie contano tanti fattori che sfuggono al singolo, come il caso o la malevolenza o la protezione di qualcuno, spesso immeritate entrambe.

Chi divide il mondo in vincenti e perdenti ha una visione del vivere umano semplicistica e superficiale. E, peggio, dimentica che proprio a chi si trova in difficoltà dovrebbe andare, semmai, maggiore solidarietà. La parola “compassione” per come viene spesso usata ha un alone ambiguo, può implicare anche un atteggiamento di superiorità inaccettabile. Ma in sé si tratta di un termine umanissimo: com-patire, farsi carico delle sofferenze degli altri. Coloro che (in un certo momento) “pèrdono”, per colpa loro o meno, hanno generalmente più bisogno di aiuto Chi invece li liquida come “perdenti” aggiunge semplicemente al danno la beffa. E una beffa vile, che viene da chi in quel momento si sente al sicuro.

Il fatto che un simile modo di pensare e di giudicare sia divenuto così diffuso oggi, poi, ci deve dare particolarmente da pensare. In una società nella quale le diseguaglianze crescono, parlare di winner e loser significa giustificare le disparità, darne la colpa a chi sta dalla parte più colpita, esaltare coloro che stanno accumulando immense ricchezze come i “migliori”, quasi che le loro fortune fossero dovute sempre a merito e non spesso alla buona sorte, in molti casi anche a metodi scorretti o decisamente illegittimi. Significa approvare anzi esaltare lo smantellamento di tutti i tipi di aiuto sociale ai più deboli: perché sprecare preziose risorse per i “perdenti”, e non aumentare il bottino dei vincitori? E poi, la divisione del mondo in winner e loser sembra fatta per i “viva” e gli “abbasso” della folla, che vuole sentirsi ancor più che in passato dalla parte del vincente, almeno per identificazione. E che vuole “partecipare anche lei al festino” per usare le parole di Montaigne, accanendosi sistematicamente sul più debole. Compresa, anzi soprattutto (cinquecento anni dopo Montaigne), la folla telematica e vile dei social network: dove l’accanimento prende la forma della persecuzione, e dove coloro che in quel momento appaiono “perdenti” sono non solo irrisi ma fatti oggetto di ogni tipo di accusa e di insulto, compresi i più atroci e i più falsi.

La divisione del mondo in winner e loser è un segno dei nostri tempi anche perché sembra eliminare ogni collocazione intermedia, ogni possibilità di una vita che conosce qualche vittoria e qualche sconfitta, di un’esistenza che non si permette lussi come quelli che i “vincenti” spesso ostentano, ma ottiene un livello accettabile di sicurezza. Legittima lo schiacciamento dei ceti medi, che pure hanno avuto un ruolo importante nella storia delle democrazie… Del resto sono anche i ceti medi diventati “perdenti”, nelle loro condizioni di vita come nella percezione che hanno di sé, che in diversi momenti della storia (incluso forse quello che stiamo vivendo) hanno sostenuto le peggiori derive dittatoriali: per cercare sicurezza, per allontanare il pericolo della povertà, per schierarsi anche loro dalla parte dei vincitori.