Sylvia Townsend Warner e l’Amoroso Cacciatore

Paolo Bertinetti
Professore emerito Università di Torino,
già Preside della Facoltà di Lingue

Sul fatto che Sylvia Townsend Warner sia stata una delle scrittrici più interessanti del Novecento non ci sono dubbi. Figura scomoda un tempo, lesbica e comunista (mancava soltanto che fosse pure ebrea!), ovviamente in tempi recenti la sua figura è stata rivisitata con interesse. Ma, almeno da noi, meno di quanto non meriti. Per lei, come per tutta la sua generazione, il fatto formativo più importante fu la nuova realtà in cui vennero a trovarsi le donne dopo la fine della Guerra mondiale. Le donne, che durante il conflitto avevano lavorato in fabbrica per sostituire i giovani mandati al fronte (Warner stessa lavorò in una fabbrica di munizioni), a guerra finita rivendicarono con forza i loro diritti, a partire dal diritto a impedire che gli uomini le facessero sprofondare nello squallore. “Questa è la cosa che più di ogni altra le donne odiano”, dice al Diavolo la protagonista di Lolly Willowes, o l’Amoroso cacciatore, il romanzo più bello Sylvia Townsend Warner.

Lolly è una giovane donna che alla morte del padre lascia la bella casa in campagna dov’era cresciuta e va a vivere a Londra con il fratello maggiore e la sua famiglia. Era stata ereditata, per così dire, insieme alla varie proprietà paterne. Lolly si adatta senza difficoltà a fare la brava zia e la domestica. D’altronde, di sposarsi non aveva nessuna intenzione. C’era stato però uno strano turbamento con l’arrivo dell’autunno e il suo “odore delle foglie morte”. Non capiva quale fosse la chiave della sua inquietudine, forse una “febbre autunnale”: ma con la fine di novembre era tutto passato.

La natura e il suo respiro, gli alberi, le acque, i fiori, la chiamavano a sé. A quarantasette anni Lolly decise che sarebbe andata a vivere in campagna. Lasciò casa e parenti e, con le sue poche cose, prese in affitto una stanza del cottage di Mrs Leak, nelle Chiltern Hills. “Temeraria”, le diceva il vento, “sei venuta a unirti a noi”. Ma nella sua stanza, in compagnia di quelle voci inquietanti, Lolly “si sentiva tranquilla e felice”. Appagata, in modo “soprannaturale”, era come immersa nella natura: vagava per le valli per poi riposarsi nei boschi in attesa di “scoprire qual era il suo segreto”. Un giorno, verso sera, dopo che le fronde del bosco le avevano mormorato che non l’avrebbero lasciata andare, entrò in casa e un gattino, arrivato lì chissà come, le graffiò la mano. Poi, calmo e soddisfatto sia acciambellò e si mise a dormire. La goccia di sangue sulla mano (“il dubbio non la sfiorò nemmeno per un attimo”) era il sigillo del patto che aveva stretto con il Diavolo. Quello era il suo segreto: nel bosco c’era il Principe delle Tenebre, l’amoroso cacciatore, e il gattino ne era l’Emissario.

Lolly era così diventata una strega. Anche Mrs Leak era una strega; e con lei e altre due donne Lolly andò al Sabba nel bosco. Non si divertì affatto. E lo disse rabbiosamente al Diavolo. Più tardi gli spiegò perché era bene che fosse diventata una strega. Le donne hanno una fantasia tanto fervida quanto è monotona la loro esistenza. Tirano su i bambini, invecchiano, per distrarsi chiacchierano tra loro e vedono le ragazze giovani come alberi a primavera mentre loro sono alberi impolverati. “E nessuno trova più sorprendenti le loro foglie, né le nota finché non cominciano a cadere”.

Ma le donne sono “dinamite”. Per alcune la soluzione può essere la religione. Alle altre cosa resta se non la stregoneria? “Non si diventa streghe per fare del male a questo o a quello”, dice Lolly a Satana. “È per sfuggire a tutto questo … per avere una vita propria e non un’esistenza elemosinata dagli altri”.

Per Sylvia Townsend Warner la dinamite esplose nell’incontro, avvenuto nel 1930, con una giovane poetessa, Valentine Ackland: fu un amore a prima vista. Le due donne vissero insieme fino alla morte di Valentine, nel 1969; insieme aderirono al Partito Comunista, insieme si impegnarono nella Croce Rossa durante la Guerra Civile spagnola e insieme scrissero una raccolta di poesie, Whether a Dove or a Seagull.

Quando il romanzo uscì, tale era la forza eversiva delle parole che Lolly dice a Satana che la critica (per evitare di accorgersene) lo lesse come una curiosa e brillante fantasia, quasi una favola sospesa tra realtà e immaginario. E scritta in modo delizioso. Cosa, quest’ultima, verissima. Quella di Warner è una prosa piena di magia, in cui le cose sono esseri dotati di vita che interagiscono con la protagonista, in cui gli oggetti hanno un’anima, in cui “le ombre della sera che avevano seguito i suoi passi sulla collina le si stringono intorno”. Non per impaurirla, ma per proteggerla nel suo viaggio verso “una vita propria”.