Gaetano Renda – Esperto di cinema

Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va. Un giorno dopo l’altro è cambiata la vita che avevamo.

Domani sarà un giorno uguale a ieri. La speranza, ormai un’abitudine. Andando in giro per la città vediamo le stesse case, gli stessi negozi, le stesse strade, gli stessi bar e ristoranti. Ma c’è qualcosa di nuovo. Le insegne sono tristemente spente e le nostre vite, abituate a ricevere impulsi dalle luci della città, si sono pian piano assopite.

E fra tutte quelle vetrine e insegne, le più tristi appaiono, ormai, quelle dei cinema. Mentre tutte le altre, di tanto in tanto hanno potuto farsi ammirare dai passanti, quelle cinematografiche, da quasi un anno, non hanno più potuto fare sfoggio di sé per illuminare la città.

E dire che chi ha inventato il cinema già con il nome era portatore di Luce. Lumière.

Un giorno di cinema a Torino come a Milano, a New York come a Parigi, a Londra o a Mosca, prevedeva (e prevede) sempre lo stesso rito, ormai più che centenario. Scegliere la sala dove andare, con chi andarci (magari anche da solo), che film vedere.

Come vestirsi.

Ci sono persone per le quali il cinema è stato una grande parte della loro vita sociale.

E il camminare verso il cinema, il chiacchierare nell’atrio, il salutarsi fra persone, farsi vedere con il vestito (magari il solito, portato con fierezza) della festa o con la nuova pettinatura, parlarsi sottovoce durante la pubblicità o i prossimamente (chiamiamoli così, non trailer), era il momento irrinunciabile di quella giornata. Importante almeno quanto il film. Come se lo spettacolo iniziasse da quel ritrovarsi nella sala cinematografica che diventa, per l’occasione, palcoscenico di ogni spettatore.

Poi, il buio in sala e l’inizio del film. Ognuno a godersi l’avventura o la storia d’amore sullo schermo a modo suo. Come le persone felici e quelle infelici: ognuno a modo proprio.

A un certo punto della nostra esistenza, poco dopo l’inizio dell’anno “venti-venti”, qualcuno si è preso la vita degli altri entrando prepotentemente in scena: “mi chiamo Covid, Covid-19”.

Come un flagello, la pandemia si è improvvisamente abbattuta sulle nostre vite, minando le nostre certezze e obbligandoci a stili di vita mai conosciuti prima.

Per intere generazioni la sala cinematografica è stata il luogo di massima socializzazione e di concentrazione di energie emotive; è stato lo spazio dove l’uomo e la donna del Novecento hanno percepito progressivamente la sensazione di apertura verso mondi lontani.

Nei cinema sono stati celebrati i battesimi dei primi baci e dei primi amori. Tutto quello che l’uomo e la donna del Novecento sono stati, lo sono diventati anche grazie alla sala cinematografica.

Con Vacanze Romane il mondo intero ha scoperto le bellezze di Roma e ha familiarizzato con gli usi e costumi del nostro paese. Con Ladri di biciclette, Sciuscià, Roma Città aperta, Il Gattopardo, C’era una volta il west e mille altri film, la cultura italiana è arrivata negli angoli più remoti della terra.

E lo stesso è successo a noi andando al cinema per vedere Casablanca, o Via col Vento, Lawrence d’Arabia e Il Dott. Zivago. O il magnifico Ombre Rosse.

Il grande schermo è stato il punto di riferimento insostituibile per sognare e per amare, per catturare stimoli culturali e di divertimento che mai avremmo potuto permetterci diversamente. È stato (ed è) un viaggio alla scoperta di mondi sconosciuti.

L’arrivo di Covid-19 ha interrotto d’un colpo quella lunga storia d’amore.

I cinema, i teatri, i musei, le scuole, improvvisamente sono stati costretti alla chiusura e nella società si è aperta una voragine culturale che giorno dopo giorno ha scavato solchi profondi fra le nostre vite e quelle degli altri, fra tutti quanti noi e le nostre abitudini radicate, fra i nostri stili di vita e le esigenze di tutela della salute.

Non era mai successo prima, neppure durante le guerre.

A distanza di quasi un anno dalla chiusura imposta alle sale e ai luoghi della cultura, ci assalgono molti dubbi sul futuro, pur avendo aderito totalmente alle necessarie scelte restrittive prese a tutela della salute di tutti.

La nostra società, causa Covid, sta andando verso una direzione davvero preoccupante da un punto di vista sociale, culturale ed economico. È sotto gli occhi di tutti: a distanza di un anno non possiamo non gridarlo ad alta voce. Le scelte del governo, al di là della tutela della salute, che è sacrosanto, sono fortemente indirizzate verso l’incentivazione della politica dei consumi. E di null’altro.

E fra i consumi, quello dell’intrattenimento domestico è stato fortemente stimolato. Lo streaming, le piattaforme, i film di prima visione in casa sono stati venduti ai destinatari del focolare domestico come nuovo status symbol irrinunciabile, cosi come avveniva con il telefonino alla sua nascita.

In fondo, in modo assolutamente semplicistico, con la scusa del virus si è scelto di fare convergere i necessari momenti di svago, di relazione virtuale e di nutrimento nello stesso luogo, le pareti di casa. Così da convincere ognuno di noi, ogni mattina, mentre esegue i giusti esercizi ginnici per non fare intorpidire i muscoli, a esclamare: “che buono l’odore della piattaforma che abbiamo appena istallato”; giusto per sentirsi un po’ Robert Duvall nei panni del colonnello Kilgore in Apocalypse Now, quando diceva con divertente cialtroneria: “mi piace l’odore del napalm, al mattino”.

Casa dolce casa. Ci si vive, ci si può lavorare, ci si può mangiare e dormire. Ora si possono vedere anche i nuovi film sulle piattaforme. Basta abbonarsi: uno, due, tre, tanti possibili abbonamenti per altrettante piattaforme. Un bel risparmio sul costo dei mezzi di trasporto da usare per raggiungere il cinema. Ci guadagna anche l’ambiente, si evitano gli incidenti stradali, le solite resse davanti ai cinema. A rovinare tale idillio casalingo a suon di film, le statistiche, che danno in forte aumento i reati in famiglia durante il lockdown.

Cosa ci manca per essere felici?

Ci manca qualcosa di importante.

Comincia a formarsi una coscienza critica nella nostra società rispetto alla situazione venutasi a creare per l’assoluta mancanza dei luoghi della cultura in quanto punti di riferimento per la socializzazione, e anche in considerazione del perdurare di questo indefinito periodo di chiusura.

La produzione culturale è, per sua definizione, destinata a un consumo collettivo. L’identità di un paese si nutre di cultura. La cultura passa attraverso il cinema, il teatro, i musei, le mostre, le sale da concerto, le biblioteche, le scuole. Esattamente da tutti quei luoghi, da quegli spazi di socializzazione di cui i cittadini da quasi un anno sono stati privati.

È possibile vivere solo di cibo, di telefoni, di televisione in tutte le sue diramazioni, di vestiti, di pc e di poco altro?

Si percepisce, ormai, la presenza di domande dalle ombre lunghe: come potrebbe essere la visione di un film, domani? E noi, come vorremmo che fosse?

“Domani” è già “oggi” per i colossi dello streaming e per gli amanti della visione domestica, quelli con un telefonino ormai irrinunciabile protesi della mano, sempre pronto per ogni possibile collegamento con l’amico dell’appartamento accanto.

Come vorremmo che fosse per noi? Come è sempre stato, con perfetti sconosciuti seduti nella poltrona accanto, con quella gioiosa voglia di sentirsi parte di una comunità sottesa, consapevoli del fatto che ognuno sarà capace di stabilire un rapporto di intimità con il film durante la visione, pur fra tanta gente. Emozionati fra persone sconosciute che si emozionano durante la stessa identica scena. Come sempre, con la stessa voglia di tornare a casa a piedi percorrendo la strada con qualcuno incontrato al cinema, parlando del film. Andando a bere una birra fresca in quella birreria dove si aspettano con grande calore gli spettatori del cinema vicino, pronti a sentire i commenti puntualmente discordi. Il cinema è anche questo, sono i bar, le pizzerie, le trattorie, le vinerie e le birrerie. Altri luoghi della socialità che spesso vivono della voglia di continuare a discutere dopo la fine del film. E già, il cinema è anche un grande volano che alimenta convivialità e, dunque, altra economia.

C’è chi dice: “sì, ma io in streaming vedo tante cose, ho rivisto quel film che non vedevo da tanto e ho visto anche quello che mi ero perso al cinema”. Certo, è cosi, è dal 1954 che la televisione ci nutre di film e ci dispensa anche cultura. Lo fa anche adesso, a maggior ragione, con la tecnologia digitale e la moltiplicazione delle possibilità offerta dalla tv con le sue piattaforme.

La convivenza fra i due diversi modi di fruire i film è possibile, ma è necessario stabilire un dialogo costante per trovare forme di collaborazione che prevengano ogni prevaricazione.

Il problema principale, però, non è questo. È che un giorno dopo l’altro, così, alla chetichella, si cerca di imporre stili di viti che non sono davvero accettabili. C’è una linea di tendenza che porta a chiuderci tutti in casa e a consumare in modo sfrenato per mezzo di un click.

Chiuderci nei nostri piccoli, autarchici gusci può portare indifferenza e incapacità di relazione.

Vorremmo non diventare indifferenti e disumani con la scusa della pandemia e si stanno già manifestando i primi segnali di rifiuto: cominciamo a non accettare più tutto questo e un giorno dopo l’altro ci riprenderemo le nostre vite di prima. E i nostri film al cinema, sul grande schermo, fra amici e fra persone sconosciute, per una visione collettiva.

Se la gente vuole conoscersi va al cinema, va a teatro, va nei musei, va a sentire musica, frequenta le mostre. E i ragazzi vanno a scuola.

La cultura è una tra le forze più potenti di ogni comunità. Non vogliamo più rinunciarci.

Un giorno dopo l’altro.