Bartolomeo Cavarozzi

Bartolomeo Cavarozzi
(Viterbo c. 1587 – Roma 1625)

Sacra Famiglia

Olio su tela, cm 174 x 130

Questo strepitoso dipinto, vertice della pittura caravaggesca e una delle più importanti opere conservate alla Pinacoteca Albertina, ha un’accertata provenienza genovese: è infatti attestato nel 1706 nelle collezioni dei nobili Saluzzo, da cui viene poi alienato ai Balbi. Intorno al 1823 le figlie di Costantino Balbi cedettero gran parte della collezione avita e fu probabilmente in quell’occasione che il dipinto (insieme ad altri ex Balbi) pervenne a monsignor Mossi di Morano. È possibile che in una fase precedente il quadro provenisse dalla Spagna.

La Madonna e il Bambino campeggiano monumentali in primo piano, mentre San Giuseppe è in posizione lievemente arretrata, parzialmente avvolto nell’ombra.

Il profondo naturalismo con cui sono condotte le figure e le stoffe (si noti la luminosità abbacinante del panno che avvolge il Bambino, degna di Orazio Gentileschi), memore dei modelli diffusi a Roma dal Merisi, è appena attenuato dalla ricerca di bellezza idealizzata nel volto della Madonna, mentre la posa della Madre e del Figlio rimanda a una chiara suggestione di un classico capolavoro del ‘500, la Madonna della seggiola di Raffaello. Si tratta di un primo superamento della totale ortodossia caravaggesca cui Cavarozzi aveva aderito nelle opere più giovanili.

Del dipinto esistono numerose varianti autografe e di scuola.

Defendente Ferrari

Defendente Ferrari
Chivasso (1480? – post 1540)

Adorazione del Bambino
Olio su tavola, cm 240×130

L’opera, di committenza Gromo di Ternengo e anticamente posta sull’altare maggiore
della chiesa di San Domenico a Biella, viene generalmente datata tra il 1496 e
il 1500, quindi molto precocemente nell’ambito della lunga carriera di Defendente.

Raffigura la madonna in adorazione del Bambino (posto su un lembo del manto, un
motivo di origine nordica), con i santi Giovanni Battista, Domenico, Francesco, Stefano
e Giacomo; a sinistra è dipinto un santo vescovo con la forza di un ritratto. Per la qualità
e il perfetto equilibrio compositivo è da considerarsi uno dei più alti raggiungimenti
del pittore chivassese e dell’intero rinascimento in Piemonte. Si tratta di un dipinto
estremamente colto e sofisticato dal punto di vista della comunicazione visiva.

La scena sacra è ambientata – con perfetta soluzione prospettica – sotto un ampio
portico a pianta centrale con decorazioni classicheggianti e prosegue in profondità
con una fuga di edifici chiusi in fondo da un bel palazzotto rinascimentale. Il portico,
una specie di cappella aperta, sembra in diretto contatto con invenzioni bramantesche
forse studiate dal vero, a partire da S. Maria presso S. Satiro a Milano per finire a derivazioni
sul tipo dell’Incoronata di Lodi.

La datazione corrente sembra piuttosto alta per un pittore la cui data di nascita
secondo la critica recente si deve porre intorno al 1480 se non poco dopo (anche per
la presenza in alto di decorazioni classicheggianti con sfingi, di gusto pienamente cinquecentesco),
per cui verosimilmente andrà ritardata di qualche anno.

Giovanni Martino Spanzotti

Giovanni Martino Spanzotti
(Casale 1455c – Chivasso 1528)

San Francesco, Sant’Agata e un donatore
Tecnica mista su tavola, cm 128 x 60

Questa bellissima tavola costituiva lo scomparto in basso a sinistra di un grande polittico a sei scomparti (più la predella) commissionato dalla famiglia dal Ponte, smembrato e disperso in varie sedi: la tavola centrale con S. Andrea e quella laterale destra con i SS. Caterina d’Alessandria e Sebastiano sono conservati alla Pinacoteca di Brera, i due più piccoli in alto (a sinistra i SS. Nicola da Tolentino e Giovanni Battista, a destra i SS. Evasio e Pietro Martire) alla national Gallery di Londra, mentre quello centrale, con l’Adorazione del Bambino si conserva presso una collezione privata.

La chiesa e il convento di San Francesco a Casale furono oggetto delle soppressioni napoleoniche e il polittico fu forse smembrato in quell’occasione: da lì il solo pannello con il ritratto del committente potrebbe essere stato acquisito dai Mossi di Morano, come ricordo di famiglia (i dal Ponte erano loro antenati).

Le figure, caratterizzate, specialmente la Sant’Agata, da un colore brillante e luminoso, si stagliano sullo sfondo di paesaggio collinoso con notevole presenza scenica e intensità negli sguardi rivolti allo spettatore, mentre il profilo del committente a sinistra si caratterizza come uno dei più bei ritratti del primo rinascimento piemontese per acutezza d’indagine naturalistica. Spanzotti dà anche prova di muoversi a proprio agio con la prospettiva, come si evince dalla perfetta scansione del magnifico pavimento marmoreo intarsiato.

Filippo Lippi

Filippo Lippi
(Firenze 1406 – Spoleto 1469)

Sant’Agostino e Sant’Ambrogio
tempera su tavola, cm 128 x 65

San Gregorio e San Girolamo
tempera su tavola, cm 130 x 65

Non conosciamo le vicende antiche dei dipinti, forse eseguiti per una sede agostiniana fiorentina, in quanto la prima menzione risale al 1828, quando si trovava nella collezione Mossi. Si tratta di una tra le più celebri opere della Pinacoteca, pienamente rappresentativa dell’arte di Lippi, uno dei protagonisti del Rinascimento fiorentino. In origine costituivano le due ante laterali di un trittico smembrato in data imprecisata (forse all’epoca delle soppressioni napoleoniche) la cui parte centrale (Madonna in trono col Bambino) è conservata al Metropolitan Museum di New York.

Le figure dei quattro dottori della chiesa riempiono lo spazio con maestosa monumentalità, accentuata dalla gravitas dei gesti e delle pose, e sostenute da un disegno rigoroso. Sant’Agostino a sinistra, visto di scorcio mentre si volta verso lo spettatore con lentezza e sguardo intenso, sembra ricavato in una colonna dorica, che l’ombra densa rende in una compiuta tridimensionalità. Ciò testimonia l’attenzione rivolta da Filippo Lippi non solo alla potente volumetria di Masaccio, ma anche alla scultura di Donatello, che abilmente riesce a ‘tradurre’ attraverso il colore e i contrasti di luce e ombra nella fisiologica bidimensionalità del mezzo pittorico.

La datazione più verosimile dovrebbe risalire agli anni immediatamente seguenti il 1437-38 per le affinità stilistiche con la Madonna di Tarquinia (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica) e la Pala Barbadori (Parigi, Louvre), datate proprio in quegli anni.