Aiuti all’ospedale di Abobo, Gambela

L’Etiopia sta attualmente attraversando un periodo di grande difficoltà dovuta al conflitto interno esploso nella regione del Tigray. Le tensioni purtroppo continuano ed è complicato per i nostri amici missionari mantenere i contatti con i loro confratelli del Nord, mentre si ha notizia del crescere del numero delle vittime e degli sfollati.
Fortunatamente, nelle regioni del Sidamo e del Gambela dove si concentrano i nostri aiuti la situazione è per ora abbastanza tranquilla. Tuttavia, permangono anche in Etiopia le difficoltà dovute alla diffusione del Covid.
E’ stato quindi molto utile l’aiuto fornito al piccolo ospedale di Abobo, nel Gambela, a prevalente vocazione materno-infantile, con l’invio di farmaci e altre dotazioni per le mamme e i bimbi, del quale vi giriamo la documentazione pervenutaci dagli amici che se ne occupano.

La sfida degli impressionisti

Marilde Bordone
Insegnante di Storia dell’Arte

Negli ultimi decenni agli Impressionisti sono state dedicate molte mostre in Italia e in Europa che hanno visto una straordinaria affluenza di pubblico, anche alla luce di una rivisitazione critica importante iniziata già intorno agli anni 50 da Lionello Venturi, primo interprete della corrente.

La Parigi ottocentesca, che celebra gli esiti della rivoluzione industriale nelle Esposizioni, consente all’aristocrazia e alla fiorente borghesia di fruire delle opere d’arte nei Salon d’Esposition, in cui vengono esposte opere selezionate di chiara impronta accademica, che celebrano i valori classici di bellezza e armonia, il cui acquisto contribuisce alla decorazione della propria casa come status symbol denotativo di potere economico.

Il fermento creativo già in atto da parte di un gruppo di giovani artisti si manifesta e si fa esplosivo nella tela “L’origine del mondo” dipinta da Gustav Courbet nel 1866: opera in cui la descrizione quasi anatomica di un organo genitale femminile non è attenuata da alcun artificio storico o letterario e si impone con un’audacia che le conferisce un grande potere seduttivo.

Il dipinto, eseguito su commissione del diplomatico turco-egiziano Khalil Bey, ambasciatore dell’Impero ottomano ad Atene, fu esposto al pubblico in Francia al Louvre solo nel 1995. Secondo uno studio di Claude Shopp, accreditato dagli esperti, la modella, il cui viso è nascosto dal lenzuolo, sarebbe la ballerina Constance Quéniaux, una delle amanti del diplomatico, il quale teneva il quadro in un camerino dietro una tenda verde e lo mostrava agli ospiti delle feste che organizzava a casa sua.

La tela passò poi attraverso una serie di collezioni private, riuscendo a sfuggire al saccheggio dei nazisti e arrivò nel 1954 nella raccolta dello psicanalista Jacque Lacan che la teneva nascosta dietro un pannello. I suoi eredi la donarono allo Stato francese.

Courbet nelle sue manifestazioni d’artista faceva appello alle opere di Tiziano, Veronese e Correggio e alla tradizione di una pittura carnale e lirica. Solo grazie al suo virtuosismo, alla pennellata ampia e sensuale e al colore dalle morbide tonalità ambrate l’origine del mondo sfugge allo statuto di immagine pornografica.

La sfida ufficiale ai rigidi codici accademici e al perbenismo borghese però ebbe origine nel 1863 col Salon de Refusés, concesso ai giovani artisti da Napoleone III per dare spazio alle opere rifiutate da critici ed esperti nelle selezioni ufficiali.

A provocare scandalo fu “Le déjeuner sur l’herbe” di Edouard Manet, non solo a causa della discutibile tematica ma anche dello stile pittorico. L’opera ha come riferimento un’incisione di Marcantonio Raimondi, dal “Giudizio di Paride” di Raffaello.

È scandaloso per il pubblico benpensante vedere una donna nuda che siede disinvoltamente nel bosco tra due signori vestiti mentre un’altra donna semisvestita si sta bagnando, colte in una scena trasportata nell’attualità. I personaggi infatti sono riconoscibili. La donna nuda è Victorine Meurent la modella preferita di Manet, l’uomo al centro è lo scultore olandese Ferdinand Leenhoff e la figura di profilo è uno dei fratelli del pittore. Ma non è solo l’attualizzazione della scena a scandalizzare; per gran parte della critica è da condannare il modo innovativo di dipingere. Viene infatti abbandonato il chiaroscuro. Gli oggetti vengono definiti attraverso accostamenti di toni cromatici luminosi, realizzati con tinte piatte, in un’atmosfera sospesa che sottolinea lo straniamento dei personaggi stessi, divenuti espressione delle nuove inquietudini del mondo.

Manet si trova impreparato e stupito di fronte alle polemiche suscitate, che si ripetono nel 1866 con l’esposizione dell’opera “l’Olympia” che ha ancora per modella la sedicenne Victorine Meurent, e nelle intenzioni dell’artista si ispira alla Venere di Urbino di Tiziano, all’Odalisca con schiava di Ingres e forse anche alla Maja desnuda di Goya. Ma la posa provocatoria, il nastrino allacciato intorno al collo, il fiocco rosso che le orna i capelli, la pelle diafana in contrasto con quella nera della domestica che le porge un bouquet di fiori, presunto omaggio di un’amante, offre al pubblico l’immagine dell’amore venale, quello certamente in uso nell’ambiente più mondano e altolocato della ville lumière, capitale europea di vizi e virtù.

Ma è il nome di Claude Monet quello intensamente legato alle sorti dell’Impressionismo, dalla sua formazione, al suo sviluppo, alle sue conclusioni.

Il movimento inaugura la stagione dell’arte moderna con la mostra collettiva organizzata nello studio del fotografo Nadar al Boulevard des Capucines nell’aprile del 1874. Accanto a Monet ci sono altri giovani pittori nella serietà dei quali quasi nessuno crede: Renoir, Sisley, Pissarro, Cézanne, oltre a Degas e Berthe Morisot.

È un dipinto di Monet “Impression soleil levant” a suscitare le critiche più aspre. Il paesaggista Joseph Vincent, allievo di Bertin, premiato sotto diversi governi dichiara: “Cosa rappresenta il quadro? un’impressione…ne ero certo…una carta da parati appena abbozzata è più rifinita di quella marina”.  È Monet a rivoluzionare il corso della pittura restituendo all’osservatore una visione della realtà emozionale, cogliendo della natura il palpito vitale in un’atmosfera mutevole e fluttuante. Il colore scoppia sulle sue tele in una miriade di tocchi veloci e svirgolati e la luce le inonda con la sua piena solarità.

Significativa è una dichiarazione di Paul Cézanne: “Per un impressionista dipingere la natura non significa dipingere il soggetto, ma concretizzare le sensazioni”.

La sfida aperta all’accademismo imperante si propone in chiave ironica con la genialità di Edgard Degas in una fotografia “L’Apoteosi di Degas” in cui l’artista si fa fotografare seduto sui gradini di un edificio, serio e composto, circondato da figure simmetricamente distribuite: due ragazzi in primo piano e tre donne dietro di lui che porgono mazzi di fiori. Tale fotografia non è altro che la parodia dell’opera intitolata “Apoteosi di Omero”, firmata da Jean Auguste Dominique Ingres nel 1827, conservata al Louvre ed eseguita per decorare il soffitto di una delle sale del Museo stesso.

Ai piedi di Omero, assiso sul trono, siedono le due allegorie dei suoi capolavori: l’Iliade e l’Odissea, dietro di lui si cala la Vittoria alata per coronarlo con la ghirlanda d’alloro, simbolo di Apollo.

Degas stimava Ingres; il bersaglio era lo stile della pittura, cosiddetta accademica, di cui il dipinto era il perfetto manifesto. Egli trovava queste rappresentazioni simmetriche, bilanciate e armoniose troppo idealizzate e lontane dalla natura, vera fonte di vita. Ingres non se ne ebbe a male: era morto da circa 20 anni!

Dopo l’esposizione dell’aprile 1874 ciascuno dei partecipanti, pur partendo da un’esperienza comune, si orienta sulla ricerca di codici espressivi personali. Degas si avvicina al mondo dello spettacolo, della finzione e del mistero che si cela dietro le apparenze, evidenziando una dinamica che affonda le radici nel continuo divenire della quotidianità. Cézanne si orienta sul recupero delle forme, che gli impressionisti avevano scorporato nella luce, e le sintetizza in rigorosi moduli compositivi, semplificandole ed esaltandole col colore. Renoir celebra nella pittura tutto ciò che vive e palpita. Sente le cose come partecipi di un’unità indissolubile di aria e di luce e si inserisce nel flusso della vita. Pissarro, che partecipò a tutte le esposizioni collettive fino al 1886, cerca di realizzare nei suoi quadri una sintesi armonica fra delicatezza contemplativa e vigore strutturale. Sisley si distingue nel paesaggio per un linguaggio misurato e pacato, fatto di pennellate veloci e leggere e di valori tonali sfumati. Berthe Morisot, l’unica donna del gruppo, cresciuta in un ambiente famigliare colto e raffinato (era nipote di Fragonard), presto comincia a dipingere en plein air e ad esporre ai Salon.

Impronta tutta la sua opera pittorica ai nuovi principi della luce e del colore realizzando scene piene di luce, dal cromatismo ricco di valori argentei e delicati.

Gli artisti che condivisero, almeno per un periodo, l’esperienza innovativa dell’impressionismo non ebbero sempre buoni rapporti fra di loro.

Cézanne provava una spiccata antipatia, ricambiata, per Manet e gli si rivolgeva con scortesia. Divenuta celebre la frase con la quale un giorno lo salutò: “Non le stringo la mano, monsieur Manet, perché è una settimana che non la lavo”

Manet ebbe fama di donnaiolo e contrasse la sifilide, che ne segnò il destino, ma fu anche affetto da dolorose forme reumatiche. Il 6 aprile 1883 gli venne amputato il piede sinistro e circa un mese dopo morì a 51 anni.

Berthe Morisot si era perdutamente innamorata di lui e, pur di stargli vicino, arrivò al punto di sposarne il fratello Eugéne anche lui pittore e spesso diede luogo a furibonde scenate di gelosia, soprattutto quando Manet prese come allieva l’avvenente Eva Gonzales.

Berthe continuò a partecipare a tutte le mostre impressioniste, ad eccezione dell’anno in cui nacque la figlia Julie, e finanziò col marito l’ultima edizione, quella del1886, in cui prese parte attiva alla selezione degli artisti. Rimase vedova nel 1892 e nello stesso anno riuscì ad allestire la sua prima mostra personale alla galleria Boussot e Valadon. Nel febbraio del 1895 si ammalò. Ebbe il tempo di affidare la figlia all’amico Stéphane Mallarmé e di regalare gran parte dei suoi lavori agli amici. Morì il 2 marzo.

Riposa nella tomba della famiglia Manet nel cimitero di Passy. Sulla sua lapide la scritta: “Berthe Morisot, vedova di Eugéne Manet”. Non Compare alcun accenno alla sua apprezzabile carriera di pittrice. Il suo certificato di morte reca la dicitura “senza professione”.

È fuori dubbio che alla base dell’impressionismo ci sia stato il principio fondamentale che ruota intorno alle opere della Scuola di Barbizon, piccolo villaggio nella Foresta di Fontainebleu, dove il fondatore Théodore Rousseau si stabilì per dipingere in libertà osservando la natura dal vero. Altri artisti poi, attratti dall’approccio innovativo del plein air, vi si raccolsero nello spartano albergo di pére Ganne, fra i quali Camille Corot. Essi volevano cogliere i cambiamenti della luce (ispirandosi in parte ai pittori fiamminghi e olandesi del seicento) e le sfumature del paesaggio, ma le loro opere, contrariamente a quelle degli impressionisti, non venivano completate all’aperto, ma nel chiuso dello studio.

A dare piena libertà alla pittura impressionista fu anche l’innovazione, introdotta da Jhon Rand nella fornitura del colore ad olio in tubetti di stagno, perfetti per la conservazione prolungata.

Renoir stesso dichiarò: “senza i tubetti di colore non ci sarebbero Cézanne, Monet, Sisley o Pissarro, niente di ciò che i giornalisti avrebbero chiamato Impressionismo”.

 La pittura impressionista suscitò scandalo fino al momento in cui il suo linguaggio, lontano dalla storia, dal mito e dalla religione, fatto di attimi fuggenti e di evocazione di valori istantanei di luce non fu pienamente assimilato.

Un giorno dopo l’altro, il Cinema

Gaetano Renda – Esperto di cinema

Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va. Un giorno dopo l’altro è cambiata la vita che avevamo.

Domani sarà un giorno uguale a ieri. La speranza, ormai un’abitudine. Andando in giro per la città vediamo le stesse case, gli stessi negozi, le stesse strade, gli stessi bar e ristoranti. Ma c’è qualcosa di nuovo. Le insegne sono tristemente spente e le nostre vite, abituate a ricevere impulsi dalle luci della città, si sono pian piano assopite.

E fra tutte quelle vetrine e insegne, le più tristi appaiono, ormai, quelle dei cinema. Mentre tutte le altre, di tanto in tanto hanno potuto farsi ammirare dai passanti, quelle cinematografiche, da quasi un anno, non hanno più potuto fare sfoggio di sé per illuminare la città.

E dire che chi ha inventato il cinema già con il nome era portatore di Luce. Lumière.

Un giorno di cinema a Torino come a Milano, a New York come a Parigi, a Londra o a Mosca, prevedeva (e prevede) sempre lo stesso rito, ormai più che centenario. Scegliere la sala dove andare, con chi andarci (magari anche da solo), che film vedere.

Come vestirsi.

Ci sono persone per le quali il cinema è stato una grande parte della loro vita sociale.

E il camminare verso il cinema, il chiacchierare nell’atrio, il salutarsi fra persone, farsi vedere con il vestito (magari il solito, portato con fierezza) della festa o con la nuova pettinatura, parlarsi sottovoce durante la pubblicità o i prossimamente (chiamiamoli così, non trailer), era il momento irrinunciabile di quella giornata. Importante almeno quanto il film. Come se lo spettacolo iniziasse da quel ritrovarsi nella sala cinematografica che diventa, per l’occasione, palcoscenico di ogni spettatore.

Poi, il buio in sala e l’inizio del film. Ognuno a godersi l’avventura o la storia d’amore sullo schermo a modo suo. Come le persone felici e quelle infelici: ognuno a modo proprio.

A un certo punto della nostra esistenza, poco dopo l’inizio dell’anno “venti-venti”, qualcuno si è preso la vita degli altri entrando prepotentemente in scena: “mi chiamo Covid, Covid-19”.

Come un flagello, la pandemia si è improvvisamente abbattuta sulle nostre vite, minando le nostre certezze e obbligandoci a stili di vita mai conosciuti prima.

Per intere generazioni la sala cinematografica è stata il luogo di massima socializzazione e di concentrazione di energie emotive; è stato lo spazio dove l’uomo e la donna del Novecento hanno percepito progressivamente la sensazione di apertura verso mondi lontani.

Nei cinema sono stati celebrati i battesimi dei primi baci e dei primi amori. Tutto quello che l’uomo e la donna del Novecento sono stati, lo sono diventati anche grazie alla sala cinematografica.

Con Vacanze Romane il mondo intero ha scoperto le bellezze di Roma e ha familiarizzato con gli usi e costumi del nostro paese. Con Ladri di biciclette, Sciuscià, Roma Città aperta, Il Gattopardo, C’era una volta il west e mille altri film, la cultura italiana è arrivata negli angoli più remoti della terra.

E lo stesso è successo a noi andando al cinema per vedere Casablanca, o Via col Vento, Lawrence d’Arabia e Il Dott. Zivago. O il magnifico Ombre Rosse.

Il grande schermo è stato il punto di riferimento insostituibile per sognare e per amare, per catturare stimoli culturali e di divertimento che mai avremmo potuto permetterci diversamente. È stato (ed è) un viaggio alla scoperta di mondi sconosciuti.

L’arrivo di Covid-19 ha interrotto d’un colpo quella lunga storia d’amore.

I cinema, i teatri, i musei, le scuole, improvvisamente sono stati costretti alla chiusura e nella società si è aperta una voragine culturale che giorno dopo giorno ha scavato solchi profondi fra le nostre vite e quelle degli altri, fra tutti quanti noi e le nostre abitudini radicate, fra i nostri stili di vita e le esigenze di tutela della salute.

Non era mai successo prima, neppure durante le guerre.

A distanza di quasi un anno dalla chiusura imposta alle sale e ai luoghi della cultura, ci assalgono molti dubbi sul futuro, pur avendo aderito totalmente alle necessarie scelte restrittive prese a tutela della salute di tutti.

La nostra società, causa Covid, sta andando verso una direzione davvero preoccupante da un punto di vista sociale, culturale ed economico. È sotto gli occhi di tutti: a distanza di un anno non possiamo non gridarlo ad alta voce. Le scelte del governo, al di là della tutela della salute, che è sacrosanto, sono fortemente indirizzate verso l’incentivazione della politica dei consumi. E di null’altro.

E fra i consumi, quello dell’intrattenimento domestico è stato fortemente stimolato. Lo streaming, le piattaforme, i film di prima visione in casa sono stati venduti ai destinatari del focolare domestico come nuovo status symbol irrinunciabile, cosi come avveniva con il telefonino alla sua nascita.

In fondo, in modo assolutamente semplicistico, con la scusa del virus si è scelto di fare convergere i necessari momenti di svago, di relazione virtuale e di nutrimento nello stesso luogo, le pareti di casa. Così da convincere ognuno di noi, ogni mattina, mentre esegue i giusti esercizi ginnici per non fare intorpidire i muscoli, a esclamare: “che buono l’odore della piattaforma che abbiamo appena istallato”; giusto per sentirsi un po’ Robert Duvall nei panni del colonnello Kilgore in Apocalypse Now, quando diceva con divertente cialtroneria: “mi piace l’odore del napalm, al mattino”.

Casa dolce casa. Ci si vive, ci si può lavorare, ci si può mangiare e dormire. Ora si possono vedere anche i nuovi film sulle piattaforme. Basta abbonarsi: uno, due, tre, tanti possibili abbonamenti per altrettante piattaforme. Un bel risparmio sul costo dei mezzi di trasporto da usare per raggiungere il cinema. Ci guadagna anche l’ambiente, si evitano gli incidenti stradali, le solite resse davanti ai cinema. A rovinare tale idillio casalingo a suon di film, le statistiche, che danno in forte aumento i reati in famiglia durante il lockdown.

Cosa ci manca per essere felici?

Ci manca qualcosa di importante.

Comincia a formarsi una coscienza critica nella nostra società rispetto alla situazione venutasi a creare per l’assoluta mancanza dei luoghi della cultura in quanto punti di riferimento per la socializzazione, e anche in considerazione del perdurare di questo indefinito periodo di chiusura.

La produzione culturale è, per sua definizione, destinata a un consumo collettivo. L’identità di un paese si nutre di cultura. La cultura passa attraverso il cinema, il teatro, i musei, le mostre, le sale da concerto, le biblioteche, le scuole. Esattamente da tutti quei luoghi, da quegli spazi di socializzazione di cui i cittadini da quasi un anno sono stati privati.

È possibile vivere solo di cibo, di telefoni, di televisione in tutte le sue diramazioni, di vestiti, di pc e di poco altro?

Si percepisce, ormai, la presenza di domande dalle ombre lunghe: come potrebbe essere la visione di un film, domani? E noi, come vorremmo che fosse?

“Domani” è già “oggi” per i colossi dello streaming e per gli amanti della visione domestica, quelli con un telefonino ormai irrinunciabile protesi della mano, sempre pronto per ogni possibile collegamento con l’amico dell’appartamento accanto.

Come vorremmo che fosse per noi? Come è sempre stato, con perfetti sconosciuti seduti nella poltrona accanto, con quella gioiosa voglia di sentirsi parte di una comunità sottesa, consapevoli del fatto che ognuno sarà capace di stabilire un rapporto di intimità con il film durante la visione, pur fra tanta gente. Emozionati fra persone sconosciute che si emozionano durante la stessa identica scena. Come sempre, con la stessa voglia di tornare a casa a piedi percorrendo la strada con qualcuno incontrato al cinema, parlando del film. Andando a bere una birra fresca in quella birreria dove si aspettano con grande calore gli spettatori del cinema vicino, pronti a sentire i commenti puntualmente discordi. Il cinema è anche questo, sono i bar, le pizzerie, le trattorie, le vinerie e le birrerie. Altri luoghi della socialità che spesso vivono della voglia di continuare a discutere dopo la fine del film. E già, il cinema è anche un grande volano che alimenta convivialità e, dunque, altra economia.

C’è chi dice: “sì, ma io in streaming vedo tante cose, ho rivisto quel film che non vedevo da tanto e ho visto anche quello che mi ero perso al cinema”. Certo, è cosi, è dal 1954 che la televisione ci nutre di film e ci dispensa anche cultura. Lo fa anche adesso, a maggior ragione, con la tecnologia digitale e la moltiplicazione delle possibilità offerta dalla tv con le sue piattaforme.

La convivenza fra i due diversi modi di fruire i film è possibile, ma è necessario stabilire un dialogo costante per trovare forme di collaborazione che prevengano ogni prevaricazione.

Il problema principale, però, non è questo. È che un giorno dopo l’altro, così, alla chetichella, si cerca di imporre stili di viti che non sono davvero accettabili. C’è una linea di tendenza che porta a chiuderci tutti in casa e a consumare in modo sfrenato per mezzo di un click.

Chiuderci nei nostri piccoli, autarchici gusci può portare indifferenza e incapacità di relazione.

Vorremmo non diventare indifferenti e disumani con la scusa della pandemia e si stanno già manifestando i primi segnali di rifiuto: cominciamo a non accettare più tutto questo e un giorno dopo l’altro ci riprenderemo le nostre vite di prima. E i nostri film al cinema, sul grande schermo, fra amici e fra persone sconosciute, per una visione collettiva.

Se la gente vuole conoscersi va al cinema, va a teatro, va nei musei, va a sentire musica, frequenta le mostre. E i ragazzi vanno a scuola.

La cultura è una tra le forze più potenti di ogni comunità. Non vogliamo più rinunciarci.

Un giorno dopo l’altro.

Ricordi al tempo di Internet

Giovanna Giordano
Informatica, titolare Escamotages, co-fondatrice Sloweb

Quando le fotografie si stampavano sulla carta e ognuna di esse aveva il suo bel corrispettivo in lire, si stava molto attenti a selezionare le inquadrature ancora prima ancora di premere il pulsante. Quando poi si ritirava dal fotografo il pacco con i negativi da una parte e le fotografie stampate dall’altra, prima si mostravano agli amici più intimi, poi scattava in ciascuno il bisogno di metterle in ordine. Qualcuno le classificava in modo maniacale, qualcuno riempiva album con gli scatti migliori e scriveva dettagliate didascalie, qualcun altro le lasciava accumulare in un cassetto o in uno scatolone per poter giocare ogni tanto a pescarle a caso per ricordare un momento speciale.

Le foto appena ritirate erano di solito un po’ incurvate e avevano un caratteristico odore di nuovo, poi, a furia di stazionare nei cassetti o restare incollate agli album, si distendevano, si rilassavano e si scolorivano con il tempo. A distanza di anni capita di ritrovare uno scatolone dove le foto si sono un po’ mescolate: l’austero bisnonno coi baffi si trova proprio al di sopra della ragazza in bikini degli anni sessanta, il nonno arrampicato in montagna incontra il nipote lattante adagiato sul petto prosperoso della nutrice, oppure l’ex-ex-ex-fidanzato si ritrova accanto alla foto di nozze della sua ex-bella con un altro molto diverso da lui.

Comunque fossero organizzati – i ricordi sono un fatto assolutamente personale – quei fogli di carta fotografica, prima in banco e nero poi colorati, costituivano i pilastri della nostra memoria personale, aiutati da pacchi di lettere, ritagli di giornali, qualche bigliettino significativo: una dichiarazione d’amore della compagna di banco, una cartolina di auguri inaspettata, il biglietto del tram usato per quell’appuntamento.

Che accade oggi? Tutti abbiamo in tasca uno smartphone con almeno due telecamere da decine di megapixel, ciò che scattiamo si vede subito (altro che Polaroid!), si può ritoccare, sottolineare, migliorare come un quadro. Di conseguenza siamo sempre tutti pronti a fotografare e, subito dopo, pubblicare le nostre imprese sui social. In questo modo anche gli amici lontani o illustri sconosciuti, in tempo quasi reale, possono sapere che cosa abbiamo cucinato oggi, vedere il nostro cane o ricevere i nostri auguri di Pasqua con tanto di uova e coniglietto.

Certamente la comunicazione online e social presenta molti vantaggi e nuove opportunità di coltivare rapporti personali, tuttavia mi chiedo come facciamo oggi a costruire ricordi che durino nel tempo. Siamo immersi in comunicazioni sempre più veloci e nell’illusione che tutti i nostri dati siano sempre a disposizione su qualche nuvola o sui social, ma raramente ci concediamo momenti calmi di riflessione e riorganizzazione dei dati stessi. Scattiamo in continuazione piattini e gattini, bicchieri e piaceri, panorami e legami, ma distinguiamo ancora i ricordi significativi dal chiacchiericcio? Se vogliamo ripescare qualcosa di importante, sappiamo dove andare a cercarlo?

Rinvangare il passato non serve, l’importante è essere consapevoli dei nostri comportamenti e organizzarsi di conseguenza per superare le criticità senza perdere la capacità di elaborare ricordi, quelli senza i quali non possiamo costruire la nostra identità.

L’Affiche Rouge

Gianni Sartorio
Presidente International Help onlus

Nella Francia occupata dai tedeschi, fra il giugno ’42 e il novembre ’43 operarono i FTP-MOI (Franchi Tiratori Partigiani — Mano d’Opera Immigrata). Erano associati ai FTP fondati dal Partito Comunista. Un gruppo di sessantacinque resistenti, tra combattenti e fiancheggiatori, prevalentemente privi della nazionalità francese. Il loro fondatore fu Boris Horban, ebreo russo. Nome vero Bruhan. Riunì rumeni, ebrei polacchi, italiani, armeni.

Nel settembre del ’43 fu sostituito al comando da Missak Manuchian, armeno. Aveva perso il padre durante il genocidio del 1915. Emigrato in Francia, falegname per vivere, poeta per passione, s’iscrisse al PCF. Sotto la sua guida il gruppo fu attivissimo. In quel periodo compirono 229 azioni. Di esse la più spettacolare fu l’uccisione, nell’elegante XVI° arrondissement, del generale delle SS Ritter, responsabile della deportazione in Germania di mezzo milione di francesi.

La Gestapo e la polizia di Vichy spesero tutte le loro energie per fermarli. Nell’autunno ’43 la banda fu sgominata grazie a un traditore e i suoi membri catturati e giustiziati nel febbraio ’44.

Per annunciare la fine del gruppo, i nazisti fecero affiggere 15mila manifesti di colore rosso, l’Affiche Rouge, appunto, con i ritratti di otto partigiani, tra i quali Manuchian e con sei foto di attentati da loro compiuti. Il colore voleva sottolineare la sete di sangue dei “criminali”. Il testo affermava: “Des liberateurs? La liberation par l’Armée du crime”.

In realtà il manifesto costituì un’autorete per gli occupanti. Crebbe nella popolazione lo sdegno e proprio in quel periodo aumentarono in misura esponenziale le adesioni alla Resistenza.

Horban, che aveva temporaneamente lasciato la Francia, tornò e giustiziò il traditore. Poi emigrò in Romania. Ritornò ancora nel 1994 per ricevere la Legion d’Honneur dalle mani di Mitterrand in occasione della denominazione di una via al gruppo, Rue du Groupe Manuchian, nel XX° arrondissement.

Aragon nel ’55 dedicò un poema ai partigiani dell’Affiche.

Léo Ferré traspose il testo in una canzone nel 1959.

Le allegorie nell’arte

Marilde Bordone
Insegnante di Storia dell’arte

Tutti i periodi dell’arte figurativa sono caratterizzati dalla presenza di una vasta gamma di allegorie: a partire dall’età antica fino a quella contemporanea.

Nella tradizione cristiana anche la progettazione dello spazio si carica di significati allegorici.

La tipologia della chiesa romanica a croce latina ad esempio è collegata all’allegoria del cammino da percorrere durante la vita verso la perfezione: il percorso di andata verso l’abside, campata per campata, è diretto verso la luce divina e il ritorno si conclude col monito della morte attraverso il giudizio universale raffigurato sulla parete della controfacciata dell’edificio.

Nel Rinascimento la costruzione dello spazio collettivo e simbolico (città ideale) ha invece come centro l’uomo: alla Bibia Pauperum si sostituisce la cultura classica tradotta in linguaggio per letterati, filosofi e persone colte e il tema dello spazio veicola il significato allegorico del percorso verso la conoscenza.

L’allegoria del tempo è molto diffusa nella pittura rinascimentale dove compare attraverso la figura dell’uomo barbuto con la falce, la clessidra, la roncola e talvolta lo specchio.

Spesso nell’arte l’allegoria del tempo si esplicita nelle tre età dell’uomo: nascita, vita e morte come avviene nell’opera di Giorgione (tre filosofi) o nelle figure femminili di Gustav Klimt (le tre età della vita).

La nascita viene anche rappresentata dalla presenza di una fonte o di un uovo: l’uovo cosmico è la matrice della vita e della divina creazione.

L’allegoria della vita si esprime sovente attraverso la danza nel suo andamento circolare e quella della morte nella danza macabra, oltre alla raffigurazione più scontata dello scheletro con la falce.

Nel medioevo erano molto diffuse le allegorie delle stagioni e dei mesi: le stagioni raffigurate come uomini e donne, divinità o come animali corrispondenti ai solstizi e agli equinozi (per la primavera l’ariete, per l’estate il leone, per l’autunno il toro, per l’inverno il serpente). La primavera era l’allegoria della nascita, l’estate della maturità, l’autunno del declino e l’inverno della morte.

I segni zodiacali, associati ai mesi dell’anno, venivano raffigurati attraverso i mestieri e le attività quotidiane dell’uomo.

Le allegorie rifluiscono nelle opere dei pittori simbolisti e ancora in quelle dei surrealisti attraverso la metafora del “viaggio” dell’anima associato alla conoscenza di sé o di Dio e del “sogno” come viaggio inquietante della mente fuori dal controllo della volontà.

Anche nell’arte contemporanea è vasto l’utilizzo delle allegorie come avviene ad esempio nella Venere degli stracci di Michelangelo PIstoletto, metafora della memoria in cui gli stracci rappresentano il quotidiano, tutto ciò che è transitorio, e la Venere l’eternità.

Il potere dell’arte si afferma sempre, in mille forme, come potente antidoto contro la morte.

Meglio un campo di concentramento che un ipermercato

Paolo Bertinetti
Professore emerito Università di Torino
Già Preside della Facoltà di Lingue.

J.G. Ballard era convinto che la fantascienza fosse la forma più adatta per parlare del presente. Ma non la vecchia fantascienza, che immaginava un futuro con le navicelle spaziali (che già c’erano), bensì una nuova fantascienza, che doveva tendere verso lo spazio psicologico, verso uno “spazio interno” simile a quello che si ritrova nei racconti di Kafka e nei migliori film noir.

Ballard individuò la (quasi) apocalisse nei possibili sviluppi demenziali della realtà quotidiana. Esemplare, a questo proposito, è il suo romanzo più noto, Crash, che costituisce un’inquietante e allucinata allegoria della “società dell’automobile”, in cui l’auto è oggetto di amore e di morte e in cui le superstrade sono un campo di battaglia di auto lanciate a folle velocità. Ballard è un autore che affida alla negatività (come sarebbe piaciuto ad Adorno) il sogno di un mondo in cui le cose stiano altrimenti. Forse però, paradossalmente, il romanzo più bello di Ballard è L’impero del sole, che è scritto, con l’eccezione della “visione” che c’è nel finale dell’atomica su Nagasaki, con un taglio pienamente realistico e che ricostruisce l’esperienza della sua infanzia in un campo di concentramento di Lunghua nella Shangai occupata dalle truppe giapponesi durante la guerra. I meccanismi psicologici del bambino, tra timore e ammirazione per il nemico, tanto feroce quanto efficiente, la dimensione “avventurosa” in quella condizione di prigionia, la distanza tra la sua esperienza e quella degli adulti, sono resi con una profondità di analisi affascinante e in una prosa di gradevolissima leggibilità. In quella specie di prigione, ricorda Ballard, “trovai la libertà”. Molta di più di quanto non ce ne sia nei grappoli di condomini a trenta piani e nei giganteschi shopping centres che fanno da sfondo ad alcuni dei suoi romanzi più inquietanti, come Il condominio e Regno a venire. Il libro è pubblicato nell’Universale economica di Feltrinelli.

Clinica dell’Amicizia di Kabul – rapporto 2020

La Clinica dell’Amicizia del Distretto 13 di Kabul riceve ormai da molti anni aiuti da parte della nostra associazione.

Chi fosse interessato a scaricare il rapporto completo sanitario del 2020 (escluso il mese di dicembre, ma comprensivo dei dati sulle vaccinazioni), può farlo di seguito:

La Cometa di Hale-Bopp

Pier Paolo Strona
Ingegnere fotografo musicista

Esistono sulla terra, oltre alla società umana, altre società di esseri viventi, di varie dimensioni e ca­rat­teristiche, organizzate in strutture relazionali e fun­zionali che legano gli individui che le costituiscono in rapporti e ruoli determinati, pensiamo alle api o alle formiche.

Potremmo allora fare uno sforzo di immaginazione e fantasticare su come una singola ape, una sin­go­la formica vivano la loro giornata, relazionandosi all’interno del loro gruppo e al loro mondo esterno. Naturalmente non sappiamo qual è il grado di percezione di loro stessi e della real­tà circostante che api o formiche possono avere, e su questa strada potremmo avven­tu­rarci solo con l’immaginazione e la fantasia. Ma fantasticare in tal modo potrebbe aiutarci a usci­re da noi stessi, dalla nostra situazione contingente, a osservarci dal di fuori, per quello che siamo, o sembriamo essere a noi stessi, un modo per prendere e mantenere la consapevolezza della nostra condizione esistenziale effettiva, quella di vivere su un minuscolo granellino, la Ter­ra, in rotazione su se stessa, e che, insieme ad altri granellini, ruota intorno a un gra­nel­li­no poco più grosso, tutti insieme in movimento con miliardi di miliardi di altri corpi lungo rotte a noi sconosciute.

Presumibilmente la maggior parte degli uomini non vive quotidianamente questa realtà in modo cosciente, presi dalle attività e dai problemi di tu­tti i giorni che riempiono la no­stra mente ed esauriscono le nostre energie. Con il passare degli anni, poi, si consolidano nei più le “abitudini”, che nella nostra società sono ad esempio la televisione alla sera, la partita al­lo stadio o la gita la domenica, l’orario di lavoro che scandisce la giornata, la spesa il sabato mat­tina e così via: con il tempo ci si può dimenticare della nostra condizione esistenziale, che ne­lla realtà è ben diversa, e che rimuoviamo dai nostri pensieri. Questa perdita di contatto con la realtà fisica di cui siamo parte può riflettersi molto negativamente sulla scala di valori che ci costruiamo, guida dei nostri comportamenti: è una condizione che pian piano ci porta a una alienazione totale di dipendenza da cose e da persone, di autolimitazione della nostra libertà, di ricerca di sicurezze effimere là dove non esistono, portandoci a costruire una no­stra gabbia, che cerchiamo di riempire con comodità inutili e insoddisfacenti a prezzo di f­a­ti­che e tensioni sproporzionate, la gabbia della no­stra rinuncia a vivere.

Bene! Nella primavera del 1997 è apparsa nel cielo stellato di mezzo mondo una cometa gi­gan­tesca e meravigliosa, la cometa di Hale-Bopp, dal nome dei due astronomi che per primi l’han­no individuata nel suo moto verso la terra, e la vita di molte persone per un po’ di tempo è cambiata: non più serate davanti alla televisione ma ore dedicate a cercare la cometa, a os­servarla, a parlarne con gli amici, a fotografarla! Città oscurate per poter consentire a tut­ti di vederla senza dover fare viaggi alla ricerca di colline, montagne, sprazzi di buio sem­pre più rari nel nostro territorio!

La presenza continua e costante per giorni e notti della cometa, è stata sentita e vissuta con intensità da molti, un richiamo alla nostra realtà più vera, al mondo reale di cui siamo par­te, alla coscienza di quell’energia che tutto muove e crea e di cui racchiudiamo in noi una mi­nuscola scintilla; è stata, ci si augura, uno scrollone dato al cumulo di tante inconsapevoli sco­rie quotidiane della nostra vita!

Per quanti? …   Per quanto tempo? …

(http://pierpaolo-strona.arty.it)

Storie di cavalli e altro

Mino Rosso
Poeta

No, ecco, i miei cavalli non hanno niente a che vedere con quelli di Hank1. Che è pure uno sporcaccione. Beh, io non sono mai stato all’ippodromo per giocarci su. Eppure con i cavalli, o i loro parenti, io sempre avuto a che farci. Già bambino. Sì, perché mia mamma mi raccontava sempre, per farmi addormentare, la storia di “Contatore”. Che era un asino. Ma non importa. La storia era questa: Suo nonno (voglio dire di mia mamma) faceva il panettiere a Loreo2 e, come tutti i panettieri, lavorava la notte per consegnare il pane fresco al mattino. Il paese era allora molto piccolo e per la consegna nei negozi dei paesi vicini bisognava fare un lungo giro. Già, così il nonno finito il lavoro non andava a dormire ma partiva con il suo carro per le consegne. Beh, non era una vita molta comoda. Per fortuna il suo asino aveva imparato a memoria tutto il percorso per i vari negozi e così ci arrivava da solo mentre il nonno dormiva sul carro. Dormiva sino a quando Contatore si fermava e con un raglio lo avvisava che si era arrivati davanti al negozio per la consegna. Beh, a me questa storia è sempre piaciuta. Come l’idea che quell’asino sia stato chiamato Contatore. Vabbè. Ma i cavalli (quelli veri, non come lui che era solo un parente) ho dovuto presto conoscerli a Gassino3. Uno era quello di un vecchio e bravo contadino che aveva trasportato mia mamma, ingessata dalla testa ai piedi per via delle ossa che sbriciolavano, all’Ospedale del Pedaggio4su un carro che io ricordo con quattro ruote e che, di sicuro, serviva per trasportare il letame. Sì, lo ricordo a naso. Beh, una Croce Rossa impropria ma quanto mai importante in quei giorni. Mah, ci si abitua a tutto. Finiti gli anni di vacanza per la guerra a Gassino ecco il rientro in città a Porta Pila5. Beh, anche qui i cavalli. Quelli da tiro. Pesanti, lenti con le zampe dalle frange agli zoccoli. Quelli che con gli zoccoli che facevano le splùe6 sulle grosse pietre rettangolari disposte a binario nel ciottolato delle strette vie del centro ferito dai bombardamenti. Erano bravi. I cavalli. E anche pazienti. Trainavano il carretto del ghiaccio. E aspettavano che il giassé7 consegnasse i pani di ghiaccio. Lunghi quasi un metro se li caricava in spalla portava a quei fortunati che avevano la ghiaccia. Tra il pano e la spalla il fodaȓèt8 con sopra un sacco di iuta per non farlo scivolare. Io poi, questo lo ricordo bene, andavo a raccogliere le briciole, voglio dire i pezzetti di ghiaccio, che restavano sul carro. Con un po’di limone e di zucchero (quando lo si aveva perché si era ricchi in quel momento) si poteva fare il gelato. La ghiacciaia, già. Di solito un brutto mobile in legno dalla linea squadrata. Comunque roba da ricchi. Boh, pazienza. Noi avevamo la moschiera9. L’avevamo appesa nella stanza più fredda dell’alloggio. Il corridoio d’ingresso. Però questi cavalli erano proprio anche di buon cuore. E di intestino non certamente pigro. Ma era proprio per queste loro qualità che ci regalavano la busa10. Detto così può sembrare cosa di cattivo gusto. Non lo era. Appena il regalo veniva depositato ci si precipitava con paletta (di latta) e scopino (di saggina) per raccoglierlo. Beh, bisognava pur avere cura per quel pezzetto di terra in un vaso dove ostinati crescevano quattro rossi gerani, uniche note colorate in una vita ancora grigia. E io cavalli? Beh, alcuni li aveva persino assunti la Gondrand11 per i trasporti in città. Mah. Poi sono diventato grande. Beh, è successo anche a me. E per mestiere ho dovuto interessarmi delle scuderie. E anche dei cavalli da corsa. Animali bislacchi dal pessimo carattere di un mondo infinitamente distante da quello di Contatore e degli altri operari addetti al trasporto. Così bravi, questi ultimi, da finire la loro vita nei nostri piatti (se si avevano i saldi) come bistecche. Già, nel dopoguerra a Porta Palazzo c’erano diverse macellerie che vendevano la loro carne che, finalmente (sì, finalmente) sostituiva il vino bianco con i chiodi lasciati a bagno per settimane. Un improbabile ricostituente, dal pessimo gusto, contro l’anemia (diagnosticata dalla pallida faccia) per il ragazzino Vittorioso e Intrepido12.

1 Hank – Charles Bukowsky (1920-1994), poeta e scrittore statunitense autore, tra l’altro, di Taccuino di un vecchio sporcaccione.

2 Loreo – Paese del Polesine in provincia di Rovigo.

3 Gassino – (Torinese – Gasso [Gasu] in piemontese) è un comune della città metropolitana di Torino. 

4 Ospedale del Pedaggio – Negli anni ’40 si trovava nei pressi di villa Bria (o in un’ala della stessa) lungo la strada Gassino – Sciolze.

5 Pòrta Pila – gergale per nominare il mercato più famoso di Torino e più grande d’Europa: Porta Palazzo. Pòrta Pila deriva dal gioco della pila (testa-croce), gioco che veniva praticato con gli antichi dobloni dopo il mercato. 

6 Splùa – piemontese – scintilla.

7 Giassé – piemontese – venditore di ghiaccio.

8 Fodaȓèt – piemontese – che è il grembiule di cuoio.

9 Moschiera – (detta anche moscaiola) Piccolo mobile in legno costituito da una intelaiatura con ripiani e dalle pareti con rete metallica a maglie strette. Era utilizzata per difendere gli alimentari dalle mosche. Di fatto era anche una sorta di “frigo” per mettere il cibo al “fresco”. Per questo motivo veniva appesa al soffitto della stanza più fresca.

10 Busa – piemontese – escremento animale, stallatico.

11 Gondrand – gruppo spedizioniere a livello mondiale fondato a Milano nel 1866 e ancora oggi è operante.

12 Vittorioso e Intrepido – settimanali per ragazzi del dopoguerra.