I dittatori e molti politici di oggi hanno uno stile simile a quello dei gangster

Peppino Ortoleva
Editorialista del Secolo XIX, accademico e storico,
esperto di comunicazione

Non possiamo ancora sapere con certezza se l’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Naval’ny sia stato ordinato da Vladimir Putin. Ma il fatto che Angela Merkel abbia dichiarato di considerarlo possibile, e plausibile, è comunque significativo, così come colpiscono le risposte reticenti dei portavoce del Cremlino sulla questione. D’altra parte, il tiranno turco Erdogan ha deciso di lasciar morire per fame la sua oppositrice Ebru Timtik: su questo caso l’Unione Europea invece non ha avuto niente da dire. Altri dittatori o aspiranti tali per ora si accontentano di gesti meno cruenti, ma lo stile, arrogante fino alla violenza verbale, lascia comunque pochi dubbi. Giorni fa il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha risposto, a un giornalista che gli poneva una domanda scomoda, “Ti spacco la faccia”. Donald Trump come altri politici ha ormai preso l’abitudine di fare, anche su temi che riguardano le regole base dell’esercizio della democrazia, affermazioni infondate, per poi contraddirle o lasciarle cadere senza dare spiegazioni. Viktor Orbàn, che guida l’Ungheria da padrone sebbene lo stato sia membro dell’Unione Europea, ha usato e sta usando mezzi di ogni genere per chiudere tutti i giornali che osavano criticarlo.

Sembra che veri ispiratori di molti politici di oggi non siano tanto i Mussolini o gli Stalin del passato quanto i protagonisti della serie televisiva Narcos, o i boss della Chicago anni Trenta. È un modello di gestione del potere nel quale conta solo restare al comando il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo, accumulare denaro per sé, per i familiari e per gli accoliti, e liquidare con i metodi più spicci i possibili avversari. Applicare l’aggettivo “fascista” a questi personaggi rischia di essere insieme generico e sbagliato. Il loro fine non è edificare uno stato totale che chiuda tutti i cittadini in una gabbia fatta di ideologie e leggi liberticide; è avere lo Stato a propria disposizione per fare tutto quello che vogliono. Non intendono introdurre norme più stringenti e liberticide, al contrario hanno bisogno soprattutto di non avere norme che li limitino. Gli slogan che lanciano sono tanto più roboanti quanto più vuoti, somigliano più a cattive pubblicità che a ideologie più o meno coerenti. A volte fanno appello ai valori religiosi, come Erdogan, sapendo che questi hanno oggi un richiamo identitario più forte dei tradizionali nazionalismi. Ma ne fanno un uso largamente strumentale.

Simili forme di gestione del potere possono avere effetti non meno distruttivi delle tirannie classiche. Il rischio è che ne venga devastato tutto il tessuto di regole, scritte e non scritte, sul quale si fonda lo stato di diritto, e che appaia lecito qualsiasi comportamento, perché chi ha il potere si fa le sue regole. Ricostruire la democrazia dopo le tirannie totalitarie, in Europa occidentale come in Giappone, è stato un compito difficile, ha richiesto un lavoro faticoso e coraggioso all’indomani della seconda guerra mondiale. Costruire o ricostruire uno stato civile e democratico dopo anni di dominio incontrastato, o comunque aggressivo e scarsamente soggetto a controlli costituzionali, di boss assetati di potere e di soldi potrà essere altrettanto difficile.

Quello che è peggio, può sembrare inutile. Il principio primo degli stati liberali moderni è che il potere deve essere limitato. Lasciati a se stessi i governi tendono sempre ad “allargarsi”, per dirlo con un’espressione semplice ma efficace: proprio per questo vanno confinati, devono essere contenuti da altri poteri, e vincolati da regole. I nuovi dittatori o aspiranti tali, al contrario, stanno facendo passare l’idea che il potere, quello vero, è e deve essere semplicemente illimitato, che pensare di contenerlo è ipocrita, e in fondo vano. Chi vuole tornare ai limiti costituzionali è accusato di fare il gioco dei “nemici”. E di non meritare il potere, perché dominare sarebbe diritto dei “forti”.

Affrancato da ogni principio e da ogni limite, spogliato delle mediazioni istituzionali essenziali a ogni democrazia, resta un potere nudo: il puro esercizio del comando. Come del resto è nuda sempre la forza dei gangster, quello che conta è solo chi colpisce per primo e chi si libera per primo dei suoi avversari. Come è stato possibile arrivare a un simile stile di gestione delle istituzioni? In alcuni paesi come la Russia perché la democrazia, semplicemente, non è mai riuscita a prendervi piede. In altri per il carattere ultra-personale, ormai, del potere: sono sempre più deboli i corpi intermedi che selezionano chi comanda e possono vincolarlo, ed è sempre meno credibile la rappresentanza parlamentare. Basta vedere quello che è accaduto negli USA alla convenzione repubblicana degli scorsi giorni: un partito radicato da centosessant’anni in tutti gli stati ha concesso pochissimi minuti a coloro che lo tengono in vita in parlamento (e che tra l’altro hanno salvato Trump dall’impeachment), e ha dato luogo quasi esclusivamente a uno show “di famiglia”, dove quello che contava più di tutto era la parentela con il presidente. Ma a favorire questo stile di gestione del potere c’è anche l’idea, che si sta diffondendo, secondo cui non ci sono verità scientifiche, notizie vere o false, e neppure princìpi morali validi per tutti. Non esistono certezze, solo pareri. Se si ragiona così, alla fine l’opinione e le bugie di chi comanda si affermano incontrastati.

Per superare una simile pericolosissima deriva, per ricostruire un tessuto di regole e di istituzioni per tornare a limitare il potere come si deve fare in democrazia, è necessario che si superi il clima di odio di cui questi dittatori o aspiranti tali si avvolgono, che si imponga di nuovo il principio per cui il solo potere accettabile è quello limitato, e da regole che valgono per tutti. Altrimenti sarà difficile liberarsi di personaggi che sembrano avere come veri modelli Al Capone o il narco Pablo Escobar, e delle rovine che un simile uso del potere potrà lasciare.

Ibsen, il poeta del diavolo

Roberto Alonge
Già professore di Storia del Teatro e Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Torino

Del norvegese Henrik Ibsen, il maggiore drammaturgo dell’Ottocento quasi tutti conoscono Una casa di bambola, dramma giustamente sempre esaltato dalle femministe: una donna trattata come una bambolina, prende coscienza di sé e pianta il marito e i tre figli, pur non avendo un mestiere (né tantomeno un altro uomo cui appoggiarsi), e va nella vita, per ritrovare la propria dignità. Epperò quasi nessuno sa che ha scritto anche Il costruttore Solness, dove una sera, in casa di un maturo sposato professionista del mattone, arriva una giovane di ventidue-ventitré anni che gli chiede conto di cosa avvenne esattamente dieci anni prima, stesso mese, stesso giorno, persino stessa ora vespertina. Lui non ricorda, ma lei rievoca: “Lei mi prese con entrambe le braccia e mi piegò all’indietro e mi baciò. Molte volte”. Solness nega, ha rimosso, perché dieci anni prima la giovane era una bambina di dodici-tredici anni, ma ha il coraggio di un’ammissione terribile: “Io devo aver pensato tutto questo. Io devo averlo voluto. L’ho desiderato. Ne ho avuto voglia. E allora – Non potrebbe spiegarsi così?”. I corsivi sono una specialità della scrittura ibseniana (solitamente disattesi dai traduttori-traditori), che qui crea una vera gradazione ascendente (dal pensiero alla volontà, e dal desiderio alla voglia bramosa della carne). Normalmente consideriamo l’abuso pedofilo un evento che traumatizza la vittima, ma Hilde è una vittima consenziente; quell’uomo l’ha sedotta, e l’ha affascinata per sempre, sebbene per noi possa essere l’orco. Le promise di venirla a riprendere, ma non è venuto, ed è lei, allo scadere esatto dei dieci anni, che viene a cercare lui, per strapparlo alla moglie e vivere con lui. Naturalmente Ibsen mette a fuoco la trasgressione ma non si spinge sino a farne l’apologia: il costruttore muore in un incidente/suicidio che gli consente di sottrarsi alla tentazione. Quanto basta comunque per dar ragione a Jon Fosse, scrittore norvegese di oggi, secondo cui Ibsen è “il poeta del diavolo”.

Gocce di colore – Iniziativa di raccolta fondi

La pandemia ci ha impedito e ci impedisce di organizzare quegli eventi attraverso i quali,  negli anni scorsi, finanziavamo una parte rilevante delle attività della nostra Onlus.

Questa situazione ci obbliga ad ingegnarci e trovare nuove e diverse forme di finanziamento.

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Intervista a Mazloum Abdi Kobane

Le ricadute delle devastazioni compiute dall’Isis e dell’invasione turca del Rojava dell’autunno 2019 continuano a causare uno stato di profondo disagio a circa un milione di rifugiati e sfollati in Kurdistan Iracheno e circa 500.000 sfollati in Kurdistan Siriano.

Al proposito, vi segnaliamo un’importante intervista al generale Mazloum Abdi Kobane, curdo, leader politico e militare delle Forze Democratiche Siriane, realizzata da Gianni Vernetti per Repubblica il 25 ottobre (articolo a pagamento).

Un nuovo progetto a Dilla

International Help sostiene la mensa di Dilla (Sidamo-Etiopia) a partire dal 2003. Anche grazie al nostro aiuto migliaia di bimbi poverissimi hanno goduto di cibo, acqua potabile e assistenza medica. Negli ultimi giorni abbiamo finanziato il progetto dei nostri amici Salesiani con 5.000 euro.

Continueremo con il nostro impegno in un situazione sempre drammatica, che il CoVid rende ancora più difficile.

Il nuovo progetto per l’ospedale di Abobo

In Etiopia, continua dal 2003 la nostra attività di supporto alle Missioni Don Bosco.

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Continuano gli aiuti in Etiopia

Nell’estate 2020, l’invio di altri 5.000 euro ha permesso l’edificazione a Lare di nuove case, l’acquisto di coperte e materassi e la prosecuzione della distribuzione degli alimenti.

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Causa pandemia, attualmente ci è impossibile inviare denari e farmaci poiché non ci sono voli che raggiungano Cuba dall’Europa.

Speriamo di poter almeno inviare al più presto un aiuto economico.

Lavori alla Clinica dell’Amicizia di Kabul

Nel corso del 2019 e dei primi mesi del 2020, l’aiuto di International Help iniziato nel 2008 è proseguito, oltre che con il consueto sostegno al mantenimento della Clinica, con lavori straordinari di pavimentazione del cortile, rifacimento delle scale e dei bagni e con lo scavo di un pozzo esterno alla Clinica che sta fornendo grande sollievo alla popolazione del quartiere, altrimenti priva di acqua potabile.

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Continua l’aiuto ai migranti del Centro America

Con gli ultimi invii di denari, prosegue il nostro aiuto alla campagna condotta dalla Chiesa cattolica del Guatemala a favore dei migranti che, sempre più numerosi, nonostante la pandemia, tentano di raggiungere gli Stati Uniti.

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